Il piccolo Armidoro

Narrando le avventure e disavventure del “piccolo” Armidoro inauguriamo la rubrica sui personaggi viterbesi più caratteristici, raccontati da Francesco Morelli, illustre memoria storica di questa città. Di questi personaggi Almidoro Costantini, il suo vero nome, è tra i più noti.
Uomo molto basso, deformato da una marcata cifosi, è vissuto nella prima metà del Novecento ma è ancora vivissimo nei ricordi di Morelli, che ce lo racconta a partire da quando ancora bambino, negli anni ’30 e ’40, gli andava a toccare la “gobba” con i suoi amici e si sentiva rispondere “mi prendete in giro perché ho le membra infelici?”. Francesco, però, chiarisce subito come si trattasse di una persona degnissima che “non chiedeva mai la carità” ma anzi grande lavoratore. Era infatti specializzato nella fabbricazione di lampioncini colorati per le processioni, aquiloni, casette per il presepe e soprattutto girandole (gioco all’epoca molto in voga tra i bambini) che andava a vendere la domenica fuori della chiesa di S. Sisto, ad una cifra variabile tra i 4 e i 6 soldi, gridando: «bambini piangete così la mamma vi compra una girandola!».

“Era amato da tutti i concittadini ma in particolar modo dal Sor Checco Marcucci”, un possidente terriero molto facoltoso, “quasi un Marchese del Grillo” che amava fare scherzi ai suoi amici, ad Armidoro specialmente, ricompensandoli poi lautamente. “Tra questi ne è rimasto famoso uno, quando Marcucci fece costruire un nuovo bacino di irrigazione nel suo podere e invitò per l’inaugurazione: Armidoro, un certo Parri detto dai viterbesi “spilungone” per la sua altezza e il Sor Battista Saveri; alle tre vittime della burla fece trovare una tavola generosamente imbandita all’interno della vasca vuota, dove, vista la loro difficoltà di reperire pasti così succulenti, i tre si misero subito a mangiare. Alla fine del pranzo il padrone di casa fece ritirare la scala che immetteva nella vasca e fece aprire l’acqua dal contadino, così che questa cominciasse a riempirsi”. Armidoro, il più basso, strillava: «Sor Checco correte che qui moriamo affogati» e Parri gli rispondeva: «tranquillo che prima che l’acqua arrivi a noi tu sei già affogato». “A quel punto Armidoro, disperato, cercò di salire sulle spalle di Parri, nel frattempo il Sor Marcucci, al culmine del divertimento, stava in un angolo senza farsi vedere, poi quando l’acqua stava per sommergere i tre malcapitati venne allo scoperto e disse: «guarda questo contadino, ha aperto l’alveo senza dirmi niente!» e fece mettere una scala per trarre in salvo i tre”.

“Un’altra volta, durante la vendemmia, lo stesso gentiluomo burlone invitò l’amico a pranzo nella sua casa alla Palanzana, davanti alle sette cannelle, dove, finito il pasto, gli diede un canestro dicendogli di raccogliere quanti grappoli d’uva volesse nella strada di ritorno lungo il viale della villa. Armidoro, felice, con il cesto pieno di frutta arrivò alla fine del vialetto e trovò due carabinieri (d’accordo con il Marcucci) che gli comunicarono di aver ricevuto l’ordine di arrestare chiunque avesse raccolto in poderi altrui. Il poveretto si difese dicendo di aver avuto il permesso dal proprietario. Quando i militari stavano per mettergli le manette, Armidoro chiese di raggiungere Marcucci per chiarire la situazione, il quale esclamò: «non lo conosco, in galera! In galera! È un ladro!». Essendosi reso conto di aver portato Armidoro alle lacrime, il sig. Marcucci si fece una risata e lo ricompensò generosamente come suo solito”.

Francesco ci racconta poi di come Armidoro avesse quasi una seconda esistenza nel pomeriggio. Vestito di tutto punto, con completo e cravatta, si intratteneva da Schenardi con gli amici “i benestanti della città: Carletti, Micara e Marcucci, il quale, probabilmente, era il misterioso personaggio che gli lasciava il caffè pagato, uno per sera. In una delle sere trascorse da Schenardi,mentre Armidoro si stava vantando di essere un gran fascista, di aver fatto la Marcia su Roma e agitava un frustino di cuoio che portava sempre con sé, dall’altra parte della strada, di fronte al cinema Nazionale, c’era un uomo molto alto e robusto detto per questo “Righettone”. Gli amici buontemponi sfidarono di nuovo Armidoro, questa volta ad andare da quel gigante, a loro detta un pericoloso comunista, a dargli due scudisciate con il suo frustino. Lui armatosi di coraggio riuscì a colpire un paio di volte l’uomo sul sedere, non potendo arrivare più in alto. Fortunatamente Righettone girandosi diede uno sguardo compassionevole ad Armidoro e non reagì. La vicenda ebbe però un seguito, infatti Righettone sapeva che Armidoro aveva ricevuto l’incarico, retribuito non si sa da chi, di accendere un lume ad olio all’imbocco del ponte Tremoli, dove ancora oggi si trova l’edicola del SS. Salvatore, lo aspettò, lo prese per i piedi mettendolo penzoloni fuori dal ponte e minacciando di gettarlo di sotto! Vedendosi spacciato, Armidoro, si difese dicendo: “non dirò più male dei comunisti, non sono più fascista!”. Righettone si impietosì e lo trasse in salvo”.



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