Palazzo Papale Viterbo

Storie di una Viterbo violenta: il bagno di sangue della famiglia Gatti

Tra le pagine della sua storia di Viterbo  vi sono vicende che nulla hanno da invidiare a celebri narratori quali Shakespeare o Boccaccio, che pure con tradimenti e intrighi hanno molto ricamato le loro opere. Perciò oggi voglio raccontarvi una di quelle vicende, senza inventare nulla: è la storia di due famiglie, rivali, che coinvolsero l’intera città nelle loro faide, e che per poco non la distrussero per intero. Una storia torbida, fatta di gelosie, rancori e omicidi.

Il primo atto comincia a Viterbo, nel 1216. I Viterbesi erano potenti e fieri, il Comune era in piena espansione territoriale e solo l’avvento dell’imperatore Federico II preoccupava gli impavidi cittadini, tanto che avevano appena finito di erigere la cinta muraria della città, la stessa che ancora oggi possiamo ammirare per intero. Due famiglie si affacciarono al potere in quei mesi: i Gatti di Bretagna, spalleggiati dagli Alessandri, e i Tignosi di Magonza, spalleggiati dai Cocco. I Cocco in particolare erano spavaldi e arrembanti, e spesso trovavano motivo di lotta con i Gatti, che dal canto loro non erano certo rinomati come ragionevoli o pacati. E così, quasi a voler sancire l’inizio delle ostilità, il patriarca della famiglia  Cocco, un certo Giovanni, si sollevò contro i consoli cittadini, di fatto controllati dalla fazione avversaria. Venne immediatamente riportato alla ragione, ma il guanto, ormai, era stato lanciato. In una situazione normale, come avveniva in molte altre città, questo sarebbe stato visto come un gesto simbolico, per saggiare il potere e la forza degli avversari, ma i Gatti se la legarono al dito, e si misero in attesa del momento giusto per vendicarsi. Non che, vista la situazione, servisse chissà quale gesto eclatante…

Piazza San Pellegrino e Palazzo degli Alessandri

Piazza San Pellegrino e Palazzo degli Alessandri

Giovanni e la sua famiglia avevano il loro palazzo a piazza San Carluccio, allora nominata piazza San Salvatore. Un palazzo maestoso, protetto dall’imponente torre Damiata. I Gatti, come esigerebbe una buona sceneggiatura teatrale, avevano la loro dimora poco distante, a un centinaio di passi. Un palazzo che nei secoli arriverà a raggiungere le dimensioni di un vero e proprio quartiere fortificato. Al tempo era ancora un palazzo, verso la fine dell’attuale via Cardinal la Fontaine.
Ed ecco il casus belli, il tremendo misfatto che spingerà le due famiglie a portare Viterbo sull’orlo della distruzione: Giovanni Cocco decise di finanziare, sulla strada dinnanzi la sua dimora, la costruzione di una scalinata di pietra, per il pubblico utilizzo. Questo sarebbe un gesto di grande generosità agli occhi di ogni buon viterbese, grato che qualcuno voglia migliorare la città a proprie spese. Diciamocela tutta: ma quando mai è  successa in tempi moderni una cosa del genere? Al di fuori di una campagna elettorale, intendo.

“Una scintilla che divenne subito fiamma ardente: in tutta San Pellegrino le due fazioni scesero in strada e si scontrarono con una violenza che mai, fino a quel momento, la città aveva conosciuto per mano dei suoi stessi cittadini.”

Comunque la famiglia Gatti non la pensò così, per loro quella scalinata era un affronto, l’essere costretti ad usarla per andare a casa provocava in loro una rabbia cieca. Decisero quindi che quell’iniziativa era un’onta da lavare col sangue; e così fecero. Al tempo, a quanto pare, i sentimenti lasciavano molto presto spazio alle azioni. Tesero un agguato a Giovanni e lo accoltellarono a morte, per poi lasciare nottetempo il suo cadavere proprio sulla sua scalinata. Detta così è già di per sé cosa tremenda,ma immaginate uno degli uomini più ricchi e potenti di Viterbo trovato morto sulla pubblica piazza. Fu un attimo, non ci fu certo bisogno di indagare per sapere chi l’avesse ucciso, nessuno chiamò le guardie, nessuno urlò un allarme. Si udirono solo grida di rabbia e rumori di persone che si armavano. Una scintilla che divenne subito fiamma ardente: in tutta San Pellegrino le due fazioni scesero in strada e si scontrarono con una violenza che mai, fino a quel momento, la città aveva conosciuto per mano dei suoi stessi cittadini. Solo quando la battaglia fu finita il podestà di Viterbo, Mosca di Firenze, riuscì a entrare nel quartiere con i suoi soldati. Lo spettacolo doveva essere terribile, decine di morti, torri e palazzi diroccati (anche la grande torre Damiata), sangue lungo le strade. Il Mosca, che era una persona ragionevolmente saggia, rastrellò il quartiere fino a trovare i più facinorosi delle due fazioni, sei per parte, e li esiliò a Firenze.

Questo provvedimento per un certo tempo spense le velleità delle due famiglie, ma solo un ingenuo non avrebbe visto la brace che ardeva ancora sotto la cenere.Un ingenuo o un uomo preoccupato. Ed il Mosca aveva ben ragione di esserlo, perché l’esercito di Roma arrivò presto fuori dalle mura viterbesi. Il motivo di una visita così inaspettata e violenta era Civitavecchia. Ebbene sì, i Viterbesi si erano comprati Civitavecchia, e i Romani avevano, usando un termine dialettale, “rosicato”. Non è una interpretazione di chi scrive, è esattamente così, secondo fonti di entrambe le parti. E così, le mura di Viterbo ebbero il loro battesimo non contro Federico II, ma contro i Romani. E se la cavarono alla grande! Dopo essere arrivati quasi alla conquista della città, i Romani furono ricacciati indietro dall’orgoglio e dalla disperazione dei fieri Viterbesi, e molti non rividero la città eterna e rimasero sui bastioni viterbesi, testimonianza di una nostra vittoria.

Fontana della loggia del Palazzo Papale con stemmi della famiglia Gatti

Fontana della loggia del Palazzo Papale con stemmi della famiglia Gatti

Siamo nel gennaio 1221. Voi immaginerete le feste, lo spirito di fratellanza celebrato fra cittadino e cittadino, l’orgoglio di ogni persona che in quel momento poteva dire di aver sconfitto Roma la grande. Certo, probabilmente fu così, ma dietro la gioia e i sorrisi, già si tornava ad affilare i pugnali per puntarli alla gola dei fratelli. Durante il carnevale, approfittando della festa, i figli di Giovanni Cocco, Nicola e Ranuccio, covando vendetta contro i Gatti, assaltarono il castello di Rispampani, di Pietro di Niccola, alleato dei Gatti e persona a dir poco scostante e antipatica a detta di molti. Nessuno lo aiutò: erano tutti a far festa. I ragazzi lo ferirono e, credendolo morto, lo gettano in un pozzo, dove venne recuperato e salvato da alcuni amici quella stessa notte. Ne seguirono numerose baruffe in città. Per quanto  non fosse un Gatti, Pietro era comunque un loro alleato. In uno di questi scontri i due giovani uccisero uno dei capifamiglia dei Gatti, e fuggirono nella rocca appena conquistata.

“Ma i due Cocco, Nicola e Ranuccio, scamparono al massacro.  Fu allora che i Gatti decisero di radere al suolo ogni possedimento della famiglia rivale, dalla più piccola locanda alla torre più maestosa.”

Da qui in poi non si poté neppure sperare di riportare le cose ad un livello civile; tutti seppero che questa faida si sarebbe presto risolta annegando nel sangue di una delle due fazioni. Ovviamente i Gatti misero l’assedio alla rocca. Alcuni dei Cocco erano rimasti in città, e ne approfittarono per sfiduciare il podestà, accusandolo di essere troppo amico dei Gatti. Il buon Mosca dovette fuggire, e con lui da Viterbo fuggì l’ordine e la legge. I cittadini di Viterbo attesero con paura il ritorno in città dei Gatti, aspettandosi una resa dei conti all’ultimo sangue. E sappiamo che quando un Viterbese è pessimista, raramente viene deluso. La rocca di Rispampani fu presa dai Gatti col tradimento e restituita a Pietro di Niccola, che da quel momento non ne volle più sapere di Viterbo e vi si asserragliò dentro. Ma i due Cocco, Nicola e Ranuccio, scamparono al massacro.  Fu allora che i Gatti decisero di radere al suolo ogni possedimento della famiglia rivale, dalla più piccola locanda alla torre più maestosa. A farne le spese fu, come è ovvio, soprattutto la torre Damiata. Le lotte continuarono a lungo, si protrassero per anni, si arrivò al punto che anche solo uno sguardo veniva legittimamente interpretato come offesa mortale. Immaginate come dovevano vivere i cittadini in questo periodo, nel timore e nell’impotenza.

Il potestà era cambiato, l’ordine era sparito, e solo il grande odio dei viterbesi nei confronti di Roma impedì a molti di cambiare aria e andarsene. Nel 1223 esplose nuovamente la polveriera dell’odio, e accadde addirittura all’interno della chiesa di San Sisto, durante una funzione! Da lì dilagò la zuffa per tutta la città, ma stavolta ad avere la meglio furono i Cocco, che tolsero agli odiati rivali la torre Petrella e uccisero un Gatti, un tale Giffredo. Non fatevi ingannare: i morti furono molti, ma raramente in queste risse uno dei nobili perdeva la vita, essendo ognuno di loro circondato da alcuni seguaci pronti a difenderlo. Per porre fine a questa situazione a dir poco assurda per una città che stava contendendo a realtà ben più potenti il dominio del territorio, venne richiamato addirittura Niccola Cocco, uno dei figli di Giovanni, che dalla caduta della rocca di Rispampani si era ben guardato dal rimettere piede in città.

Stemma dei Gatti visibile sulla facciata di un palazzo di Corso Italia

Stemma dei Gatti visibile sulla facciata di un palazzo di Corso Italia

Come si vide, allora, che il potestà attuale non era certo al livello del compianto Mosca! Certo, costrinse Niccola a sancire una tregua coi Gatti, ma come non poteva vedere cosa comportasse il ritorno di Niccola in città. Se il potestà non lo vide, Niccola invece lo fece, e per proteggere la sua vita e i suoi possedimenti dalla furia vendicativa dei Gatti fece una scelta che lo fece odiare da tutti: donò la torre Damiata alla città di Roma, e vi appose uno stemma enorme davanti: S.P.Q.R.
Col senno del poi non fu una grande mossa, ma sul momento, sentendosi le spalle coperte da Roma, Niccola si imbaldanzì. Peccato, perché i Gatti ce la stavano mettendo tutta a rispettare la tregua. Ma quando Niccola, con Ranuccio e alcuni dei suoi ferirono Orlando degli Alessandri, San Pellegrino cadde letteralmente in pezzi, dato che le due fazioni stavolta usarono i pezzi delle torri per demolire muri e case. La battaglia fu così cruenta che ne uscirono tutti male.

“Non è una pagina felice della storia viterbese, certo, ma trovo che sia di grande attualità, e potrebbe essere di esempio ai nuovi Viterbesi per cercare di guardare più lontano insieme, oltre le mura di questa splendida città”

Non si ebbe un vincitore, solo morti e feriti. Anche i cronisti del tempo innalzarono il loro lamento e la loro vergogna per un tale scempio e per una tale meschinità da parte dei loro stessi concittadini. Negli scontri i Gatti avevano messo in serio pericolo Niccola Cocco, che impaurito fuggì a Roma. Appena si seppe la notizia, non furono solo i Gatti, ma l’intera popolazione di Viterbo che si recò sotto la malconcia, eroica e sfortunata torre Damiata, ormai disabitata, e la rase al suolo, letteralmente, fino alle fondamenta. Piansero i Cocco per la perdita di un tale monumento, e la perdita anche dell’onore della famiglia, ora che erano bollati come traditori della patria.

In compenso i Romani, avvertiti da Niccolò, vennero a chiedere risarcimento per la torre distrutta. La torre, dissero, era loro, donatagli dai Cocco. I Viterbesi ebbero uno dei loro momenti di grande orgoglio, e risposero ai romani che a loro risultava che la torre fosse dentro le loro mura, e quindi potevano farci quello che volevano, essendo viterbese e non romana. Nemmeno a dirlo, fu guerra. Ma stavoltai Viterbesi erano uniti, tutti. Tranne i malaugurati Cocco, che vennero sospettati, a ragione, di essere dalla parte dei romani. Fu deciso quindi dal consiglio cittadino di sterminarli.

Niccola, che intanto era rientrato in città pregustando la vittoria romana e cercando in qualche modo di facilitarla, fu uno degli ultimi a cadere, sotto la torre Spagnola, e morto lui, i Romani dovettero per forza di cose ritirarsi. Non è una pagina felice della storia viterbese, certo, ma trovo che sia di grande attualità, e potrebbe essere di esempio ai nuovi Viterbesi per cercare di guardare più lontano insieme, oltre le mura di questa splendida città, e non covare rancori, invidie e risentimenti, rannicchiati all’ombra delle ultime torri, vestigia di splendore e decadenza di una città orgogliosa e meschina allo stesso tempo.

Per concludere, sebbene la famiglia Cocco sparisca dalle cronache viterbesi, quella dei Gatti continuò a lungo ad esserne protagonista. Quello che vi ho narrato, come ho scritto all’inizio, è solo il primo atto…



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