Gianluca Secco in concerto

Gianluca Secco, lo spazio della voce

«Che ne pensi? Il giornalista che è in te si è incuriosito e pensa di intervistarlo?»
«Ti dirò di più: da oggi vorrei ascoltare solo cose belle come queste.»

Questo breve scambio di battute tra me e Andrea è il prologo dell’intervista che state per leggere, svolta poco dopo la fine dello spettacolo di Gianluca Secco al Settantasette di Viterbo (venerdì 17 giugno). Uno spettacolo vero e proprio, che ha lasciato sorpresi i presenti e ha fatto riflettere sull’importanza del fattore originalità nelle produzioni artistiche.
Ebbene si, Gianluca Secco è originale, nell’accezione più positiva del termine. Il suo è uno one man show che miscela poesia, teatro e musica generando un impatto che lascia il segno. Si nota dal primo momento il grande lavoro che c’è dietro, la cura di ogni singolo dettaglio e – inevitabilmente – l’impossibilità di distogliere l’attenzione dal vortice di parole e suoni, che partono dal microfono e si amplificano nella magia della loop station. Non a caso come titolo di questa intervista si è scelto Lo spazio della voce, proprio perché l’impressione che si ricava dal suo spettacolo è che la voce si trasformi in qualcosa di solido, che si nutre della propria stessa potenza e virtuale infinità di prospettive. Uno spettacolo simile non può essere confinato solo in un disco e Immobile – del quale parleremo in seguito – è diventato anche un libro. Un progetto che ha già portato ai primi importanti successi, come la nomina al Premio Tenco come opera prima (nel 2015) e la sua prossima partecipazione come ospite al Tenco Ascolta, prevista per il prossimo 3 luglio.
Intercettiamo Gianluca Secco alla fine dell’esibizione per parlare con lui della sua carriera e dei suoi interessanti progetti.
 

 

Gianluca, come ti sei avvicinato alla musica e com’è nato questo spettacolo?

«Ho iniziato da ragazzo a suonare in cover band rock e blues, e il giorno del mio trentesimo compleanno è arrivato un cambiamento. Davanti al mare, mi sono chiesto cosa avrei dovuto fare con questo mio “vocione” e ho pensato di mollare tutto ciò che mi sembrava inconcludente per iniziare da solo un nuovo percorso. Avevo un grande desiderio di fare e di suonare con la voce, per questo mi sono chiuso in sala prove; ora sono tre anni che porto avanti questo spettacolo. Inizialmente non sapevo bene dove mi avrebbe condotto ma finora l’ho proposto ovunque, dalla strada ai grandi palchi.»

La tua voce è potente, ben definita e ricca di sfumature. Come definiresti la voce, la grande protagonista delle tue esibizioni?

«È lo strumento originale per eccellenza! Se una chitarra Strato suonerà sempre come una chitarra Strato, la voce è qualcosa di personale e nessun emulatore potrà mai avvicinarsi così tanto alla sua originalità. Il canto popolare nasce proprio dalla volontà dell’uomo di comunicare vocalizzando, imitando il suono della natura. La voce va educata, non solo da autodidatti: me ne sono reso conto con la maturità. Un mio rammarico è che purtroppo sta chiudendo la storica Scuola Popolare di Musica di Testaccio, che ho avuto modo di frequentare.»

Nato a Gemona del Friuli (provincia di Udine) nel 1981, Gianluca ha maturato esperienze in Italia e all’estero, definendo un suo personale stile di creazione artistica.

«Ho vissuto a Roma, Budapest, Praga, Segni e Villafranca di Verona. Ora vivo a Carpineto Romano. A parte le prime band di quando ero adolescente, dai vent’anni in poi ho sempre proposto musica originale in italiano. La nostra lingua può avere molte sfumature che implicano la ricerca della parola giusta; essa si sposa bene con la musica, e le sue lunghe parole favoriscono melodie lente e con una metrica speciale. Pensiamo, negli anni ’90, a band come gli Afterhours, i CCCP e i CSI, che hanno aperto nuovi orizzonti mai considerati prima nella ricerca della parola, quella che sa darti una determinata sensazione. Nel testo e nella voce ogni elemento deve esprimere ciò che vuoi dire.»
 

 

Per un artista come te cosa significa abitare in una piccola città di provincia?

«Vivo a Carpineto Romano, sperduta realtà di provincia che in realtà mi offre una fonte di ispirazione che magari è difficile da trovare in città, dove c’è il rischio di perdersi e… sono tutti artisti! Ho preferito cogliere la possibilità di abitare a Carpineto con la mia compagna, che ha un piccolo terreno. Lì ho creato una sala prove dove ho modo di suonare quanto voglio. Ho un impiego, perché con l’arte non si campa, e lavoro come front office alla ASL. Anche questa è una fonte di ispirazione!»

Non a caso il precariato e il discusso jobs act sono stati citati in uno dei brani proposti al Settantasette. Nei suoi testi emerge una profonda consapevolezza che, in alcune espressioni, sa anche giocare con i paradossi del nostro tempo. Non potevamo non chiedergli qualche sua impressione legata all’attualità.

Come vedi la situazione della musica italiana?

«Dovrebbe scomparire un certo modo di pensare la musica, nel quale solo determinate persone guadagnano. Basta vedere il mercato dei dischi, sono sempre gli stessi a essere coinvolti come pedine. Questo meccanismo mette in ombra ciò che avviene nella scena underground. Tuttavia, è anche vero che lamentarsi e basta non porta a nulla, bisogna darsi da fare! L’arte non è solo mercato, ma quanti si impegnano fino in fondo e quanti si limitano a sputare nel piatto che ci propongono? Io stacco dal lavoro a mezzogiorno e mezza e alle due del pomeriggio sono già in sala prove, in vista delle esibizioni del week-end. Ci vuole sacrificio, non basta fare un disco per diventare famosi. Prendiamo i talent show, che lanciano giovani artisti. I partecipanti hanno successo? No, si tratta solo di prodotti della discografia dati in pasto al programma.»

Nel tuo spettacolo emerge una grande teatralità…

«Ho fatto teatro da autodidatta; quello è un mondo che segue logiche diverse, con i suoi pro e contro. Sto lavorando a una possibile “residenza artistica” nel Teatro La Fenice di Arsoli, dove restando al suo interno per alcuni giorni cercherò di tirare fuori qualcosa di nuovo. Adesso l’obiettivo è portare avanti questo spettacolo e perché no, formare una big band con tanto di batterista, chitarrista, pianista, fiati e coristi.»

Quando ti esibisci, quali sono le circostanze che ti emozionano maggiormente?

«L’emozione è sempre diversa, dipende dalla situazione. Ad esempio mi è piaciuto suonare per strada, è un importante banco di prova: o riesci a conquistare e far fermare il pubblico o… devi farti delle domande! A livello emozionale, tuttavia, non c’è un’esibizione che supera l’altra. Mi piace incontrare persone e modi di fare diversi, il bello sta anche nel riuscire a far rimanere la gente in un locale semivuoto. Nei miei testi non sono sempre positivo ma in quello che faccio vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, anche davanti a due persone che sono rimaste ad ascoltarmi.»
 

 

Come detto in apertura, il disco e il libro di Gianluca Secco (targati Beta Produzioni/MArteLabel) si intitolano Immobile e sono stati prodotti dopo una campagna di crowdfunding mediante Martefunding.org; un modo moderno di approcciarsi al mercato.

«La MArteLabel mi ha permesso di realizzare il disco senza chiedermi alcun contributo. Attraverso il crowdfunding è possibile prenotare un disco o un libro in anticipo e poi vedere come va.»

Per Gianluca Secco è tempo di smontare: l’artista on the road è promotore di sé stesso, ed è già proiettato al prossimo spettacolo. Sempre con l’obiettivo di catturare l’attenzione del pubblico, ricreando quei momenti di straordinaria empatia che ci hanno coinvolti in questa serata. In attesa che torni presto a Viterbo!

Per ulteriori informazioni vi rimandiamo ai seguenti link:

Pagina di Gianluca Secco su Facebook

Profilo dell’artista sul sito della MArteLabel, con i contatti del booking

 



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