Un momento del trasporto della Macchina di Santa Rosa

Il trasporto della Macchina di Santa Rosa

“Tutti quanti stasera vedrete una festa di grande importanza
Ogni anno una sera a settembre una Rosa si porta a girar
Nella notte nel cielo s’innalza e la gente la guarda stupita
Sembra proprio volare sui tetti lassù tra le stelle e gli angeli blu”

Le prime parole di Quella sera del tre – inno dei facchini di Santa Rosa scritto da Lorenzo Celestini, figlio del padre del Sodalizio e capofacchino storico Nello – dicono tutto. Il Trasporto non è altro che questo, semplicemente un gesto d’amore. E come tutti i gesti d’amore ha volti, nomi, ritualità, storie che si accavallano e rafforzano insieme e brividi che corrono sulla pelle. Solo che “quella sera del tre” il brivido attraversa un’intera città, le sue vie strette, le piazze dove rimbomba lo stupore, l’entusiasmo, il senso di essere dentro a qualcosa che segna un territorio e la vita di tutti quelli che hanno inteso portarsi lì, per spalancare i propri occhi a un bello talmente grande da conquistare il titolo di Patrimonio dell’Umanità.

È il tre settembre a Viterbo, bellezza! La notte del “Siamo tutti d’un sentimento”, del “Facchini dateje!”, del “Sollevate e fermi! Fermi!”. La sera dei bambini piccoli che guardano sulle spalle dei padri la Macchina sfilare. La notte dei nonni e delle nonne che raccontano cose accadute dieci, venti, cinquanta anni fa. Sempre in questo giorno, il tre settembre, e che domani ti compreranno un regalo alla fiera. Quella delle madri che hanno da poco vestito il proprio figlio che si è messo in testa di fare il cavaliere di Rosa e ora è facchino. Che è là sotto, che spinge, che fatica, che stringe i denti e ride con gli altri vestiti di bianco e di rosso. Quella madre che ti aspetta per abbracciarti sul sagrato della basilica, in cima alla salita e che, puoi giurarci, ha nella borsa un maglioncino da metterti sulle spalle sudate.

Mille e duecento metri, che poi in questo 2016 diventano molti di più. C’è infatti “l’allungo” su via Marconi di altri 700, per scrivere nella storia che è l’Anno Santo e i santissimi facchini ci hanno voluto mettere un pezzetto di cuore in aggiunta. Per il Papa, per Rosa, per Viterbo. 113 uomini a fare da motore di una tradizione che è da tutti percepita come una “roba grossa”, che “spancia” e arriva a toccare la quotidianità di ognuno. A Viterbo è usanza spostare ogni ragionamento “a dopo Santa Rosa”. Provate a chiedere per credere.

Alle 21 “la mossa”, il primo “Sollevate e fermi!”. Per arrivarci occorre rispettare un protocollo di ritualità e gesti. Solo una volta che tutto è stato fatto come da tradizione il capofacchino apre le danze e compone la Macchina. I facchini di maggiore esperienza si posizionano sotto la base, disposti in sette file di nove uomini ciascuna. Il totale fa 63 elementi. Si chiamano ciuffi, dal copricapo in cuoio imbottito che indossano a protezione della parte cervicale.
Ai lati, lungo i due sostegni sporgenti integrati nel telaio della base, si dispongono due file di otto spallette, che sostengono la Macchina appoggiandola su una spalla. All’esterno di queste entrano in formazione, quando i tratti più larghi del percorso lo consentono, altre due file di spallette, dette appunto aggiuntive, da 11 facchini ciascuna.
Sul fronte e sul retro della Macchina si trovano infine le stanghette, sei per lato, che facendo leva sui sostegni che sporgono dalla base contribuiscono a bilanciare le oscillazioni.

Questa la formazione standard, ma là sotto le cose cambiano a seconda dei tratti percorsi. Per il tratto di via Roma e quasi tutto il Corso, dove si deve fare a meno dell’apporto delle aggiuntive, la formazione si riduce a 91 facchini. Ma nei punti più stretti di questo tratto, quando la base della Macchina passa radente ai muri, anche le spallette fisse devono momentaneamente mollare la presa e proteggersi spostando la testa e le spalle all’interno dei legni. Così, per alcuni istanti, la formazione utile può contare soltanto su 75 portatori.

Ci sono poi le guide, facchini disposti ai vari angoli della base che hanno il compito di coadiuvare il capofacchino per direzionare la Macchina nella maniera ottimale. E infine, nella parte conclusiva del percorso, quella della difficile salita in corsa verso il santuario, intervengono le leve e le corde a spingere e tirare.
Sulla carta tutto è stato detto, ora siete pronti: vivetelo.

 



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