New Sin Studio

Intervista a Luigi Stefanini

La passione autentica di un produttore al passo con i tempi

 

Ogni volta che si registra un disco è sempre come chiudere un periodo di vita ed aprirne un altro, sai che finalmente potrai mettere su “nastro” le track di cui hai curato ogni dettaglio, ogni nota, ogni parola.
Con la mia band, i The Shiver, siamo entrati in studio il mese scorso per registrare il quarto album. Ci era stato consigliato il New Sin Recording Studio di Castelfranco Veneto e quindi, dopo aver preparato armi e bagagli e aver lasciato la nostra attività in mani fidate, siamo partiti per questa nuova esperienza sparendo per circa un mese dalla circolazione.
Il miracolo che avviene ogni volta nella sala d’incisione è sempre sorprendente. Siamo stati ospiti a Castelfranco del produttore artistico e proprietario del New Sin, Luigi Stefanini. Quest’uomo oltre ad essere un musicista formidabile ha un orecchio pazzesco e conosce perfettamente tutte le macchine di inestimabile valore con cui lavora. Da qui sono uscite belle produzioni metal (citiamo i Labyrinth e Roberto Tiranti) e lui è davvero un gran professionista ed è perfettamente aggiornato su come si lavora negli studi più famosi.
Dopo le registrazioni della batteria, avvenute alla Backstage Academy, siamo passati subito alle chitarre e al basso: è infinita la serie di testate che Luigi ci ha proposto. Abbiamo ascoltato le varie combinazioni di casse, testate, chitarre finché non è stato trovato il suono giusto. Poi sono stati aggiunti gli effetti, rigorosamente analogici, che lo studio fornisce.
Tra le tante belle sorprese annoveriamo una Gibson SG “Diavoletto” dell’86, una Gibson Les Paul del ’65 e poi una serie di synth vintage ed un Theremin che Luigi suona egregiamente.
È però con la sessione di voce che questo produttore ha dato il meglio: non c’è un colore delle mie note che sia sfuggito al suo orecchio! Ci tenevo quindi in particolar modo a farvelo conoscere…

Benvenuto, Luigi, sulle pagine di Decarta Magazine. Oltre che come produttore hai una bella esperienza anche come bassista, puoi raccontarci il tuo vissuto come musicista?
«Ho suonato la chitarra, le tastiere ed il basso con varie formazioni, fino ad arrivare ad un lavoro stabile con una grossa major. Per anni, ho quindi vissuto il mondo degli studi dalla parte del cliente; questo mi è stato poi molto utile per capire quali sono le difficoltà che può incontrare un musicista che entra in studio, magari per la prima volta, ed evitare errori e “maltrattamenti” quali quelli che spesso mi è capitato di subire.»

Sappiamo che hai una passione fortissima per le apparecchiature vintage, come è nata questa passione ed in che modo la coltivi? Quali sono gli oggetti a cui sei più legato? C’è una storia particolare dietro a qualcuno di essi?
«Ho cominciato a lavorare con le bobine e ho vissuto in prima persona il lungo e travagliato passaggio al digitale. Avendo usato tutti i tipi di macchine, so che suono devo aspettarmi da una determinata apparecchiatura e quale usare al meglio per ogni specifico uso. Molto spesso vedo alcuni studi sfoggiare rispettosamente delle macchine “vintage” che noi all’epoca non usavamo nemmeno, perché suonavano male già allora!
Le macchine veramente belle erano spettacolari; costosissime e costruite senza compromessi. Inarrivabili per noi comuni mortali, le vedevamo solo negli studi di Milano e Londra. Ora che ho la possibilità, quando le trovo correttamente restaurate, non me le lascio scappare; il suono che ne ricavi non è ottenibile in nessun’altra maniera, non c’è simulazione o plug-in che tenga.»

Come vedi il mondo della musica oggi? Quali produzioni ti colpiscono positivamente e perché?
«La crisi e la democratizzazione delle tecnologie non hanno giovato. Siamo sommersi da una valanga di produzioni spesso inutili e scadenti; in mezzo ci sono le perle, ma trovarle è diventato difficile e faticoso, così alla fine ci accontentiamo di ascoltare solo quello che ci viene imposto. Cosa servirebbe? Più cultura, è un nostro diritto e qualcuno è contento che non lo esercitiamo.»

Il tuo studio è uno tra i più forniti e professionali in Italia, dal New Sin sono usciti dischi di livello altissimo che hanno avuto ampio successo internazionale. C’è qualche produzione a cui ti senti più legato?
«Ogni scarrafone è bello a mamma sua. Guarda, mi capita di lavorare a grosse produzioni, come a gruppi esordienti, ma l’impegno e la passione da parte mia sono gli stessi, in entrambe le situazioni. Ogni lavoro è importante, anche quelli apparentemente più piccoli. Anzi, devo dire che le richieste a volte ingenue di un principiante, sono spesso state per me lo sprone a ricercare e sperimentare nuove tecniche!»

Come ti sei accostato al lavoro del produttore? cosa consiglieresti ai ragazzi che sono così coraggiosi da intraprendere un percorso del genere oggi?
«Un aneddoto: tempo fa si faceva un lavoro in sala con un famoso e rinomato sound engineer. Io ero in un angolo, solo come osservatore. Il bassista registra la sua parte e, ad ogni giro, sbaglia clamorosamente una nota. Terminata l’esecuzione, il tecnico preme lo stop e rimane fermo e zitto. Dopo cinque minuti di imbarazzante silenzio, il bassista domanda come è andata. Ancora silenzio. Dopo un po’, uno della band dice “beh… magari possiamo riascoltare”; il tecnico riavvolge, mette in play, stop… e la scena si ripete. Ci hanno messo un’ora e mezza per trovare lo sbaglio. Io ero sbigottito. Ma perché il fonico non gli ha detto subito dello sbaglio? Perché non era il suo lavoro? Questo va bene se abbiamo in sala un produttore artistico pagato dall’etichetta altrimenti bisogna comunque che qualcuno svolga questo ruolo, anche solo per ottimizzare i tempi in sala e non far spendere inutilmente un capitale alla band!
Io, non riesco a stare zitto e, se c’è qualcosa da migliorare, lo propongo sempre, lasciando comunque libertà della scelta all’artista. Il consiglio, per farlo, è di rimanere comunque sempre molto umili: nessuno ha il sacro Graal della musica e, per fortuna, c’è sempra da imparare!»

Grazie mille!

(Federica Sciamanna)
 



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