Turismo Viterbo

L’anno zero del turismo made in Tuscia

Una scommessa difficile da vincere, che necessita di strategia e visione

 
Turismo nella Tuscia, benvenuti nell’anno zero. 3.612 chilometri quadri di superficie “turistabile”, con alcune parti che si prestano meglio e altre meno. Succede anche nelle migliori famiglie. Un gioiello, incastonato nel capolavoro di argilla dei Calanchi, che è Civita di Bagnoregio; un palazzo che ha ospitato i papi e anche il primo conclave della storia; decine di fortezze principesche, borghi medioevali, castelli, storie da raccontare. La bellezza del lago vulcanico più grande d’Europa, che ha addirittura al centro un ombelico capace di suggestioni uniche. Il folklore e le feste di sessanta comuni e una tradizione grande, anzi grandissima (basta considerare le dimensioni), che è il trasporto della Macchina di Santa Rosa; dal 2013 patrimonio Unesco. Il fascino degli antichi etruschi, le acque termali ludoterapeutiche e la sorpresa del quartiere medioevale più grande del Vecchio Continente.

Potrebbe essere questo il testo di uno spot promozionale del Viterbese. Dopo decenni in cui si è “ciurlato nel manico” – dove tra l’altro sono stati “sacrificati” tantissimi soldi (magari un giorno sarebbe interessante lavorare a un’inchiesta per capire su quale altare sono stati bruciati) per la promozione turistica del territorio – siamo arrivati a toccare con mano un dato: esiste una dimensione turistica possibile.

Ce lo sta facendo capire Civita di Bagnoregio che ci racconta una storia fino a un paio d’anni fa impensabile. Il 2015 si è chiuso con 640mila turisti contati. E pensare che quando, nel 2013, il sindaco Bigiotti pensò di introdurre il ticket d’ingresso gli diedero addosso in parecchi. Civita tira la volata con 22mila visitatori in tre giorni, i dati di marzo 2015 avevano segnato 14.711 biglietti staccati mentre nello stesso mese, un anno dopo, il numero che viene fuori è 34.651. Ma le cose iniziano a girare anche nel capoluogo, dove l’introduzione della tassa di soggiorno permette di monitorare cosa accade. Entrata in vigore, non senza polemiche, nel gennaio 2015 ha portato in un anno nelle casse comunali 170mila euro, facendo registrare 100mila turisti che hanno pernottato. Nei giorni di Pasqua anche la città dei Papi si è riscoperta meta d’interesse, con tanto d’intervistati in viaggio sull’A1 pronti a indicare come luogo da vedere proprio Viterbo alle telecamere del Tg1.
Proprio ora viene il difficile. Capito che è vero che si può essere terreno turistico è necessario uscire dall’approssimazione di un’accoglienza raffazzonata e mettere in campo strategie, studio, impegno, buone idee e tanto olio di gomito. E in questo il capoluogo dovrebbe avere l’intelligenza e lungimiranza di fare da traino.

La città infatti non è pronta. Tantissimi i problemi: dall’assenza del rispetto di un regolamento sull’ornato, al degrado, alla sporcizia, passando per scarsa programmazione delle attività commerciali e i bassi investimenti privati su occasioni di business e lavoro. Manca un tessuto artigiano capace di capitalizzare i flussi. Manca un’accoglienza, non c’è un’idea di sistema sul da farsi. Siamo alle buone intenzioni e all’iniziativa di qualche uomo o donna di buona volontà. I problemi sono tanti. Uno su tutti? Pensare di poter essere città turistica e permettere alle auto di scorrazzare liberamente per la parte antica della città. Fino al punto di trovare auto parcheggiate nel cuore di San Pellegrino.
Se non si capiscono queste cose il sogno turistico del capoluogo, potenziale traino per il resto, rischia di trasformarsi in un’illusione. Mandando così in fumo occasioni di occupazione e benessere. Una maledetta abitudine a queste latitudini.

(Roberto Pomi)
 



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