Wilhelm Marstrand: From a Roman Osteria. Pipe-Smoking Hunters and Italian Women

Viaggio tra i locali di un tempo

Fino agli anni ’40, quindi agli inizi del secondo conflitto mondiale, i ristoranti a Viterbo erano tre o quattro e i bar come li intendiamo oggi ancor meno: Schenardi in corso Italia, successivamente Minciotti e infine la sora Eugenia alla stazione di Porta Romana. Molto numerose, fino agli anni ’60, erano invece le osterie e le fraschette. Queste ultime prendevano il nome dal ramo apposto fuori dai locali e vendevano vino di produzione propria dentro le cantine stesse finché durava, per non più di tre mesi all’anno. La maggior parte si trovava vicino la chiesetta della Madonna della Carbonara lungo via Sant’Antonio. Le osterie, bettole in dialetto, vendevano vino a mescita tutto l’anno e a differenza delle fraschette erano veri e propri esercizi commerciali. Gli avventori portavano spesso con loro qualcosa da mangiare, anche se di solito erano dotate di cucina. Ognuna aveva la sua cantina sotto il locale stesso o nelle immediate vicinanze, il vino veniva portato nel locale in recipienti chiamati “quartaroni” da dieci o quindici litri, i quali venivano appoggiati al muro e coperti da un panno (uno dei rudimentali accorgimenti igienici dell’epoca).

Come ci racconta Francesco di questi locali se ne potevano trovare molti dentro le mura cittadine e qualcuno fuori in campagna. Iniziamo dai primi. In via Terzo Reggimento Granatieri c’era l’osteria Cristo di legno, su via Cairoli c’era Toto del Buco molto frequentata e rimasta tristemente famosa per l’uccisione di Antonio Tavani, conosciuto come “il figlio della Scatena”. Scendendo via Cairoli e superando il ponte Tremoli, nelle vicinanze dell’edicola del SS. Salvatore si poteva trovare l’osteria gestita dalla famiglia Porroni. In via S. Lorenzo la Trattoria di Giocondino era considerata un vero ristorante, con una cucina abbastanza fornita.

La famiglia Celone, titolare della bettola Diavoletto nelle vicinanze di piazza S. Carluccio, ospitava ogni sera decine e decine di persone che nel dopo lavoro si trovavano per un bicchiere di vino e una partita a carte. Finita una botte, questa doveva essere sostituita e subito si spargeva la voce sulla qualità del nuovo vino, nel caso in cui fosse stato inferiore al precedente sarebbe diminuita la frequentazione del locale. Non molto affollata era invece l’osteria Della Madonnella vicino piazza S. Maria Nuova, anche a causa della poca cortesia del proprietario. Proseguendo via Principe Umberto, ora Cardinal la Fontaine, subito dopo via Annio, si trovava la rinomata osteria Riccardo e Maria Strappafelce dal nome dei titolari, i quali essendo molto risoluti “non tolleravano i clienti troppo molesti o incapaci di gestire i fumi dell’alcool”.

Continuando la strada c’era l’ingresso di un altro locale piuttosto frequentato, e conosciuto per la buona qualità del vino, che veniva servito anche nei tavoli all’aperto situati in un pergolato. Ancora su via Principe Umberto era presente l’osteria Da Silvio il Guercio, anche questa frequentatissima. Nelle immediate adiacenze ci si poteva accomodare Dal Zoppo, per via del proprietario claudicante. Su via S. Pietro La Veronica era un locale molto ordinato e pulito, a differenza della maggior parte delle altre bettole. Su via S. Leonardo la rinomata osteria Il Villano Ricco, a causa della fama che si era costruito il proprietario. Proprio da qui quasi ogni sera un personaggio caratteristico “Rubacuore” usciva ubriaco e, tornando a casa, era solito fare una sosta in ognuna delle osterie situate su via Cardinal la Fontaine, fino ad aver bisogno di essere preso in braccio e accompagnato a casa.

L’aquila Nera, invece, era un ristorante molto quotato nelle vicinanze di porta Romana. In via Annio L’Iris era conosciuto per il pregiato vino servito, la buona cucina e i tavoli nel patio interno. Molto frequentato il sabato, per via del mercato che si svolgeva nella vicina piazza Fontana Grande, e a S. Rosa per la fermata della macchina, sempre nella vicina piazza. I Tre Re all’inizio di via Macel Gattesco è uno dei pochi locali ancora oggi aperto ed era famoso già all’epoca per la pulizia, le prelibatezze culinarie e il vino sempre di ottima qualità. In fondo alla stessa via si poteva trovare la caratteristica osteria Del Grancetto, di cui era titolare il “sor Checco” che riusciva con una battuta ad accattivare le simpatie dei clienti. Per le fiere forniva le minestre, a due soldi a piatto, a tutti i “fieraroli”. Un fatto è rimasto noto, quando uno di questi gli fece notare che nella zuppa aveva trovato un pezzetto di straccio, il sor Checco rispose “per due soldi che volevi trovarci un pollo?” Poco lontano, a via Calabresi, c’era un’altra trattoria molto buona, nota all’epoca come Lo Svizzero e oggi ancora aperta con il nome “4 stagioni”.

In via Mazzini era situato Il Grappolo d’Oro, che quando riempiva la botte di nuovo vino faceva correre la voce tra i viterbesi di un “grappolaccio” o di “un buon grappolo” a seconda della qualità del nettare. Verso la fine di via Mazzini si trovava La Scaletta, il buon ristorante della “sora Nina”. In piazza Verdi, nel vicolo che conduce alla Cassia, l’osteria di Matarazzo, il quale al cambio del vino nelle botti veniva etichettato dai compaesani con “ci si dorme bene” o con “ci si dorme come in un materassaccio” giocando con il cognome del gestore. A via della Cava c’era il famosissimo ristorante Toto della Pergoletta. Al di là del ponte di Paradosso, posizione che 50 anni fa era un discrimine importante anche se oggi fa sorridere, si trovava la famosa osteria La Chica del Bravo. Conosciuta soprattutto per la varietà dei giochi di carte praticati, che attiravano molti giocatori “accaniti” con il rischio di risse, facilitate dai coltelli che molti avventori erano soliti portare con loro. La situazione veniva, però, tenuta sotto controllo dal maresciallo Milioni, che ritirava i coltelli a tutti i clienti prima che varcassero il ponte di Paradosso e glieli restituiva a fine serata. Come dal parroco don Pietro Schiena, il quale frequentava l’osteria per “evitare che presi dal gioco gli avventori cadessero nella tentazione della bestemmia”.

Fuori le mura, dove si andava per le “scampagnate” della domenica in cui di solito ci si portava da casa il cibo, vi erano altri locali. Ad esempio sulla Cassia, in direzione Vetralla, si trovavano: Il Ciriciaccolo e Cacazeppette. Sulla Cimina, all’altezza della colonnina del V chilometro, in un bel podere con alberi da frutta e orti si trovava La Bronca, considerata la più antica rivendita di vino di Viterbo. Dal gestore Gigi Cupellari, che l’aveva ereditata come attività di famiglia dal padre e dal nonno, durante i giorni feriali si trovavano tutti i braccianti agricoli operanti nella zona, che potevano trovare ciò di cui avevano bisogno per distrarsi: cibo, vino, carte, gioco delle bocce e sigarette.

Nelle vicinanze delle Terme dei Papi in località Cacciabella era situata La Felicetta, ancora oggi aperto poco distante dalla locazione originaria, dove c’erano dei tavoli di peperino per consumare all’aperto.



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