Autolinee Garbini

Ricordate le Autolinee Garbini?

Il legame tra Mauricio Macri, neo presidente argentino, e Viterbo.

 

Il 22 novembre dell’anno scorso Mauricio Macri ha vinto il primo ballottaggio per la presidenza della storia Argentina. Due giorni più tardi ha incontrato la presidente uscente, Cristina Kirchner, per il passaggio del mandato. Quello stesso 24 novembre su la Repubblica è stato pubblicato un articolo del giornalista Paolo Gallori che ripercorreva la saga familiare dei Macri, oggi una potente famiglia di imprenditori argentina, appena ieri una famiglia di immigrati italiani. Il padre di Mauricio, Francesco, è infatti nato in Italia e nasconde un sorprendente legame con Viterbo: suo padre fu Giorgio Macrì, figlio di proprietari terrieri calabresi e sua madre fu Lea Lidia Garbini, appartenente alla nota famiglia di autotrasportatori che per tanto tempo lavorò a Viterbo. Un filo non troppo sottile lega quindi l’esistenza del presidente argentino alla nostra città.

L’appuntamento è alle ore 12 del 21 gennaio, il luogo è il parcheggio del Centro commerciale Garbini. Sotto, tra le fondamenta dell’edificio che si affaccia su viale Trento, c’è un ufficio particolare, pieno di ricordi. A guidarmici è il proprietario dello stabile, Massimo Caporossi, diretto discendente della famiglia Garbini e ultimo amministratore della ditta di trasporti, regionalizzata nel ’76.
All’interno delle stanze che hanno accolto la nostra conversazione c’è tutto ciò che non avrei mai potuto trovare in rete: foto, targhe e pezzi di autobus, articoli di giornale e in generale testimonianze di ciò che fu la società di trasporti Garbini e la famiglia che le ha dato il nome.

Presidente argentino a parte, quella dei Garbini è una storia familiare che agli occhi e nella memoria dei più è andata persa ma meriterebbe un approfondimento. A ricordarcelo sono anche le parole di un libricino (Massimo Onofri, Gatti e Tignosi, editore Sette Città, ISBN 88-86091-03-6), prestatomi dal mio interlocutore al termine del nostro incontro:

“È con una certa commozione e con qualche rammarico che guardiamo a questa parca e scrupolosa famiglia di capitani d’industria, non sorda alle esigenze della collettività, ben attenta a che interesse privato e bene pubblico mai contrastassero. I Garbini, Augusto non ultimo, sono stati infatti tra i rari rappresentanti viterbesi di quella borghesia imprenditoriale che tentò, a tutti i costi, di farsi promotrice di uno sviluppo razionale che investisse tutta la città: quella borghesia come classe generale che qui da noi, purtroppo, non è mai cresciuta.”

I Garbini furono una famiglia tanto importante per Viterbo città, quanto scomoda per quella classe dirigente, ancora oggi esistente, che sembra fare di tutto per evitare che il capoluogo si sviluppi e soprattutto si apra con il territorio circostante. È in questo che i Garbini risultarono “pericolosi”, in quanto trasportatori, e di quelli rivoluzionari. Come viene riportato su un post commemorativo dei 100 anni della Roma Nord sul forum Mondo Tram, Viterbo, nel 1932, veniva definita “la terra del silenzio ferroviario” e fu grazie all’intraprendenza degli imprenditori Igino Garbini e Guido Ancilotti che la Tuscia venne finalmente collegata da un servizio di trasporti efficiente: ben 14 linee, con mezzi disegnati e prodotti appositamente. Quelle autolinee si espansero fino a coprire l’intera Roma Nord, fino quasi a Siena. Nel periodo finale erano circa 8.000.000 i chilometri percorsi ogni anno dai 350 pullman e dai 600 dipendenti della ditta. Più di mezzo secolo di attività hanno infatti lasciato il segno e molte strutture ancora oggi esistenti a Viterbo le dobbiamo a questa storia familiare e dei trasporti.
Basti pensare che i Garbini furono costruttori di molti distributori e stazioni di servizio della provincia, tra cui il distributore di Porta Romana, quello di Villanova e la Pensilina, recentemente ristrutturata, di piazza del Sacrario.

Come mi ha raccontato il signor Caporossi, la ditta di trasporti Garbini nasce intorno al 1887 con un Garbini che non si chiamava Garbini ma Garbin ed era di origine Genovese. Giuseppe Garbin, questo era il suo nome completo, faceva il facocchio e, ad un certo punto, affiancò al suo lavoro di artigiano un servizio di diligenze. Anni a seguire, nel 1919 i quattro nipoti Igino, Ostilio, Archimede e Galileo, fondarono la SAS Garbini. La società nel giro di pochi anni passò dalle diligenze ai primi omnibus a motore, per poi divenire la realtà che rimase attiva fino al 1976, anno della regionalizzazione.

Il legame familiare con il citato presidente argentino Mauricio Macri è molto semplice: Lea Lidia Garbini fu la figlia di Galileo Garbini e sorella di Augusto e Maria Olga. Si sposò con Giorgio Macrì, calabrese appartenente ad una famiglia di proprietari terrieri nel 1928 e dal matrimonio nacquero Francesco, Pia e Tonino. Il matrimonio non durò a lungo e i tre figli ad un certo punto decisero di seguire il padre in Sud America. La parentesi è infatti così breve che non esistono più contatti tra il ramo familiare viterbese e quello argentino: San Giorgio Morgeto, città natale di Giorgio Macrì, ha ricevuto in passato una visita di Mauricio, allora sindaco di Buenos Aires mentre Viterbo non è detto sia nemmeno un luogo noto geograficamente ai magnati argentini.
 

Breve Storia dei Macrì

 
Sappiamo, tramite una lettera di congratulazioni inviata al presidente Argentino dal sindaco del comune di San Giorgio Morgeto, che Giorgio Maria Vittorio Macrì, il nonno di Mauricio, nacque nel piccolo centro abitato calabrese nel 1898 e che a seguire sposò Lea Lidia Garbini il 30 ottobre 1928.
Due anni più tardi nacque il primogenito, Francesco, seguito da Pia e Tonino, rispettivamente di 16 e 14 anni.
Giorgio Macrì, apparteneva ad una famiglia di ricchi latifondisti, e basta leggere un po’ la storia dell’emigrazione italiana, per capire che nel meridione dell’epoca le famiglie si dividevano in due grandi gruppi: chi aveva la terra e chi la lavorava. Quindi, probabilmente lontano dalle necessità di sopravvivenza che spinse molti suoi conterranei ad emigrare, Giorgio Macrì avviò la sua attività di costruttore, prima in Africa e poi in Argentina. Due posti che hanno motivo di essere stati scelti se consideriamo l’influente presenza di italiani nell’Africa della breve parentesi coloniale e l’ Argentina dove tanti braccianti del meridione fin da un secolo prima erano andati a cercare fortuna.

Prima di partire Giorgio si rese protagonista di una breve parentesi politica partecipando come fondatore al movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. È una parentesi breve per la storia italiana però importante per questa saga familiare che sembra continuare a rispecchiarsi in questa corrente liberal-conservatrice che è poi la base del pensiero politico liberista dell’attuale presidente.
Conclusa prematuramente la carriera politica Giorgio, partito per il Sud America nel 1946, venne raggiunto dai figli due anni più tardi e, non a caso il figlio Francesco, appena diciottenne, trovò lavoro in appena 3 giorni presso un’azienda di costruzioni italiana, la Sadop. Questo giovane italiano, dotato di indubbie capacità di amministratore di finanze, dopo essersi tolto le sue soddisfazioni da impiegato decise che era il momento di fare il grande salto per diventare imprenditore. L’Argentina dell’epoca era un paese ancora tutto da costruire e i lavori per le grandi infrastrutture non mancavano e fu così che Francesco, oramai diventato Francisco, prima come sub appaltatore e poi in prima linea, iniziò la sua scalata imprenditoriale.

Il figlio Mauricio nato nel 1956, all’inizio della dittatura militare era appena ventenne, già ben cosciente ma sicuramente non protagonista dei fatti che portarono i Macrì a diventare una delle famiglie più importanti dell’Argentina. Grazie ai legami politici i Macrì non solo non dovettero fuggire come fu obbligatorio per molti altri imprenditori, ma videro la loro holding crescere sempre di più, passando dalle sette imprese del 1973 alle 47 del 1983.

Questo grande salto, totalmente omesso nell’articolo de la Repubblica, sembra essere strettamente legato a torbide e ancora poco chiare storie di malaffare italo-argentino. Il 23 marzo del 2012 in un incontro il cui tema era “Affari Nostri” svoltosi presso l’università di Roma 3, il giornalista d’inchiesta argentino Horacio Verbitsky parlò del “coinvolgimento delle due principali imprese italiane presenti in Argentina, la Fiat e la Techint, nei negoziati segreti per l’approvvigionamento di armamenti durante la Guerra di Malvinas del 1982 con l’intermedazione della P2, in cambio dei quali le imprese italiane si sarebbero garantite l’assegnazione di appalti pubblici.” Non a caso i fratelli Macrì curarono per venti anni gli interessi della FIAT in Argentina.

Una volta passato l’oscuro periodo della dittatura, tutto ormai è dimenticato e Mauricio, nel frattempo cresciuto, è a fianco del padre negli affari di famiglia. Come molte relazioni tra padre e figlio, gli attriti non mancarono e Mauricio, per allontanarsi dall’ingombrante presenza del genitore, si rifugiò prima nel mondo del calcio diventando presidente dei Boca Juniors e successivamente in quello della politica, venendo eletto prima sindaco di Buenos Aires e più recentemente presidente dell’Argentina.
A tal proposito Francesco Macri, ancora oggi riconosciuto come uno degli uomini più potenti del paese, dichiarò pubblicamente poco prima delle elezioni: “Lo vedo come presidente, ha la mente di un presidente, ma non il cuore. È una vocazione. Essere presidente di un paese vuol dire rinunciare alla propria vita e questo è qualcosa che non chiederei mai ad un figlio”.
Delle dichiarazioni che lasciano trapelare qualche attrito, ma, indipendentemente dalle idee del padre, oggi Mauricio viene definito “il padrone della destra” e il futuro prossimo di un grande Paese sud americano in cronica difficoltà verrà deciso in gran parte dalle sue decisioni.



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