Serena MaTù Senza Pensieri

Serena MaTù, il nuovo disco “Senza pensieri”

Intervista alla cantautrice potentina Serena MaTù, che ci racconta il suo percorso artistico e la creazione del nuovo disco

 

foto di Enrico Lunetti

Quando ho avuto modo di ascoltare in anteprima Senza pensieri, secondo disco della cantautrice potentina Serena MaTù, sono rimasto colpito dalla grande varietà delle canzoni. Dietro ognuna delle otto tracce dell’album è possibile cogliere sfumature sempre diverse, frutto di un sapiente lavoro di arrangiamento. Il filo conduttore che lega i brani rimane l’ottima capacità di scrittura di Serena, che può contare su un eccellente “team” di musicisti: Alessandro Lamoratta (chitarre, arrangiamenti e cori), Michele Colantuoni (basso), Enrico “Red” Lunetti (batteria) e Francesca Darida (cori). In attesa dell’uscita ufficiale del disco e del video, abbiamo scambiato due chiacchiere sia con lei che con Alessandro sulla nascita di questo interessante progetto.

Com’è nato Senza pensieri?

«Ho lavorato per tre anni a questo disco, cercando situazioni ed esperienze di vita che mi portassero all’obiettivo di proporre qualcosa di introspettivo. Le esperienze di cui parlo sono sia belle che brutte, dipende dal modo in cui vengono affrontate; ad esempio, uno sbaglio può essere un’opportunità per imparare. L’ispirazione per i brani è sempre tratta dalla realtà, che a volte viene affrontata anche con autoironia.»

Una figura importante nella vita di Serena è Piko, zio musicista e pittore.

«In Senza pensieri c’è un pezzo di mio zio che si intitola Assillo, preso dall’album Essere umano pubblicato nel 1996 con la sua band, Dalfango. Lui è sempre stato il mio punto di riferimento anche se, essendo scomparso nel 2001, dal punto di vista spirituale prima ero troppo piccola per capire determinate cose. In ogni suo disco ha saputo raccontare perfettamente la situazione del suo stato d’animo.»

Da sin. a destra: Michele, Serena, Enrico e Alessandro

Da sin. a destra: Michele, Serena, Enrico e Alessandro

Da cosa è caratterizzato questo tuo secondo progetto artistico? Vuoi parlarci di qualche pezzo in particolare?

«Il brano Senza pensieri metaforicamente parla della necessità di non soffermarsi sulle apparenze e di andare oltre, per comprendere l’essenza delle cose. È un invito a “non sputare in cielo”, perché il male che si fa agli altri ritorna sempre. La chiave del successo non è screditare il prossimo ma andare avanti con le proprie forze, rispettando le altre forme d’arte e chiunque porta avanti il proprio progetto musicale. Il testo è in dialetto; credo che il linguaggio del sud sia più musicale, perché è stato influenzato dallo spagnolo e dall’arabo. Si sposa bene con la melodia!

Aria acida invece ricorda il periodo che ho vissuto a Civitavecchia. L’atmosfera creata da Alessandro ha permesso di tirare fuori l’identità dello stato d’animo che pervade il brano; esso parla del fatto che, a volte, si è portati a fare delle scelte che possono apparire sbagliate. Tuttavia esse ci permettono di tutelare il nostro benessere, per evitare di rimanere soffocati dalla realtà che ci circonda: è vitale potersi liberare da ciò che ci opprime, pur avendo qualcosa da perdere. In questo pezzo c’è molta sperimentazione, si può definire quasi dance.»

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questo disco?

«Vorrei che chi ascolta Senza pensieri venga raggiunto dalla mia idea e si sentisse in colpito in prima persona. Abbiamo voluto rendere questo disco vario, le otto tracce hanno arrangiamenti differenti; ad esempio, Posso dirti che è un blues “alla Cristina Donà”, e negli altri brani vengono toccati anche folk, reggae ed elettronica. In fase di registrazione siamo stati molto efficienti, realizzando Senza pensieri agli Gnagnotechstudios di Roma, dove Mattia Candeloro si è occupato del missaggio e del mastering.»

Quest’anno ti abbiamo anche vista nelle vesti di attrice teatrale. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

«Il teatro ha permesso di mettermi in gioco oltre la musica e di trasmettere qualcosa raccontando. Questo approccio crea vantaggi quando ci si esibisce dal vivo, eliminando l’imbarazzo e modificando anche la postura. Il 23 luglio abbiamo girato il video del brano Senza pensieri in collaborazione con Francesco Cerra, direttore artistico della Compagnia Teatrale Tetraedro: la partecipazione di amici e conoscenti ha reso tutto molto piacevole e divertente!»

Serena MaTù ha iniziato relativamente tardi a dedicarsi alla musica, centrando però presto numerosi riconoscimenti.

«Ho iniziato quasi per gioco, essendo circondata da parenti e amici musicisti. Mi sono buttata sui live e solo nel 2013 ho iniziato il mio percorso di studi con Nina Ricci, che attraverso il lavoro ha fatto emergere il mio potenziale. Tra le soddisfazioni maggiori posso citare le aperture dei concerti degli Almamegretta al Woody Groove Festival e di Raiz e Fausto Mesolella all’If 6 Was 9. Poi ci sono le due borse di studio vinte al CET di Mogol, nonché i premi conquistati in numerosi festival. Suonare dal vivo fa venire i brividi ed è il fine del lavoro in studio. C’è il piacere dello stare a contatto con la gente e farla partecipare nel corso della performance. Sul palco ti liberi, pensi solo a lasciarti andare per suonare: entrano in gioco energia, scambio e condivisione. Ci vuole una certa uguaglianza tra artista e pubblico e occorre saper giocare con la musica per far divertire tutti.»

Serena MaTù live con Alessandro Lamoratta

Serena MaTù live con Alessandro Lamoratta

Torniamo a parlare di Senza pensieri: Alessandro, qual è stato il tuo contributo alla realizzazione del disco?

«Iniziamo col dire che la struttura della canzone è importante anche nell’indie, dove si sperimenta molto. L’orecchio del pubblico attende degli “appuntamenti” immancabili come la strofa e il ritornello, che possono essere comunque posti con un minimo di sorpresa; ma senza di essi, difficilmente l’ascoltatore entrerà nel brano. Nel disco si è sperimentato molto, senza perdere di vista la cura delle sonorità in modo da renderlo più fruibile; ad esempio in Aria acida mi sono divertito a stravolgere l’impronta folk trasformandola in dance, con l’utilizzo di chitarre ed effettistica. Anche in Tempo si è partiti dal folk per poi arricchire la struttura con degli arrangiamenti di valore, come le sonorità orientali e i vocalizzi che ricordano i Radiohead. In Aria acida abbiamo aggiunto anche l’elettronica – ai limiti della dubstep – puntando sulla radiofonicità del pezzo.»

Tornando a parlare di Serena, in molti si chiedono cosa si celi dietro la parola MaTù.

Da cosa deriva il tuo nome d’arte? Sappiamo che c’è una storia dietro…

«MaTù deriva da un disegno astratto che ho realizzato anni fa, intitolato Il giardino dei bottoni, dove comparivano casualmente proprio queste quattro lettere! Quel giardino è una metafora del nostro cervello ed essenzialmente MaTù significa memoria. Per me il bottone è un oggetto mistico, che assorbe la personalità di chi lo indossa, riflettendola come fosse uno specchio.»

In conclusione, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Ho intenzione di riprendere a studiare e, ovviamente, di promuovere il disco e iniziare a pensarne uno nuovo che si avvicini ulteriormente alla mia identità. Inoltre, in programma ci sono nuove date per vedermi dal vivo. Il mio primo disco era un po’ näif, poi si è sviluppata quella vena di disillusione che porta a crescere musicalmente e umanamente. Citando mio zio: “se sei uomo non dimenticare di essere umano”. Continuerò a comporre con impegno e determinazione, andando dritta per la mia strada.»

Non ci resta che augurare in bocca al lupo a Serena e alla sua tribù di eccellenti musicisti!



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