Silvio Bernelli

Silvio Bernelli

Intervista all’eclettico musicista-scrittore torinese.

 
Silvio Bernelli è un musicista, uno scrittore e giornalista torinese nato nel 1965. Ha fatto parte delle band hard core punk Declino con cui ha inciso la cassetta poi Lp Mucchio Selvaggio nel 1984 insieme ai Negazione, il LP Eresia nel 1985, e Indigesti con cui ha inciso il LP Osservati dall’Inganno sempre nel 1985.
Osservati dall’Inganno è considerato dalla critica uno dei 100 migliori dischi del rock italiano (e un capolavoro dell’hard core punk a livello mondiale.
Sulle sue esperienze come musicista Bernelli ha scritto il romanzo I ragazzi del Mucchio pubblicato da Sironi Editore nel 2003 e nel 2009. Nel 2006 ha scritto il reportage su Torino pubblicato in Periferie, Laterza Editore. Nel 2012 ha pubblicato per Agenzia X il romanzo Dopo il lampo bianco, inserito dall’Indice dei Libri tra i 50 migliori libri dell’anno.
Scrive sulle pagine letterarie del quotidiano L’Unità, Il Mucchio, Il Mucchio Extra, il lit-blog il primoamore.com e su Il Fatto Quotidiano, per cui cura il blog sullo yoga.
 

Ciao Silvio, benvenuto su Decarta! È davvero un onore poter intervistare una persona che come te ha vissuto da protagonista la realtà hardcore punk di tempi assai diversi da questi! Grazie mille per concederci questa intervista! Nel tuo libro I ragazzi del Mucchio, in cui racconti in maniera appassionata la scena HC nella Torino degli anni ’80, descrivi l’hardcore come “un modo di guardare la vita, il mondo”, ed è una descrizione molto calzante; come lo descriveresti a chi ne è totalmente estraneo?
«Direi che sul piano prettamente sonoro è una sorta di punk rock al quadrato: due volte più veloce, due volte distorto. Sul piano più filosofico direi che è il modo per andare in fondo alla cosa che si fa, qualunque cosa si faccia. Con passione, dedizione e quel minimo di follia necessaria a spalancare, magari anche a calci – metaforici, sia chiaro – porte che si vorrebbero sprangate.»
 

Secondo te ha ancora senso parlare di hardcore? Se sì, qual è la band hardcore secondo te più rappresentativa della situazione in Italia adesso?
«Non seguo l’hardcore da decenni, perché ciò che mi interessava dell’HC primi anni ’80 era che fosse un’esperienza di avanguardia, una cosa tutta nuova che – infatti – i mass media ignoravano del tutto.
C’erano regole nuove da scrivere, canoni da stabilire, cose che si potevano provare, sperimentare. Infatti all’epoca del primo HC anche gruppi che non c’entravano nulla con questo genere sul piano sonoro, come ad esempio Minutemen, Meat Puppets, Flippers eccetera facevano comunque parte della scena hard core. Quando poi questa scena si è cristallizzata nel suono HC/Trash della seconda metà anni 80 aveva smesso di avere cose nuove da dire ed è più o meno allora che l’ho abbandonata.»
 

Che ruolo ha svolto la scena hardcore nella realtà torinese degli anni ’80?
«È stata la miccia che ha innescato l’irripetibile avventura umana di un pugno di ragazzi appena adolescenti, i musicisti di Declino e Negazione che sono al centro del mio libro I ragazzi del Mucchio, che sono partiti alla conquista della scena musicale mondiale dalle cantine della triste Torino del 1982-83. Un sogno folle eppure in parte realizzato. E poi quella scena ha seminato idee, segni, suoni che nel tempo hanno dato suggerito la strada ad artisti completamente diversi, gli artisti contemporanei torinesi Botto & Bruno e Bartolomeo Migliore su tutti, che hanno preso la lezione dell’HC torinese primi anni 80 e l’hanno sviluppata in contesti completamente diversi.»
 

Quali sono gli artisti che ti piace ascoltare?
«Ho sempre avuto una passione per il suono d’avanguardia, quindi nel 1980 ascoltavo Cabaret Voltaire e Pere Ubu, nel 1984 Sonic Youth e Swans e oggi apprezzo molto certa musica elettronica: Vessel e Andy Stott, ad esempio.»
 

Cosa ne pensi della scena alternative in Italia? Mi riferisco a band come Verdena, Marlene Kuntz, Afterhours ecc.
Di queste band che citi mi sono piaciuti parecchio gli Afterhours, soprattutto nel periodo intimista di Quello che non c’è. Il gruppo italiano che preferisco comunque sono da decenni i Massimo Volume. Li ho visti dal vivo una ventina di volte e ancora – di anno in anno – migliorano. Il set si fa sempre più compatto. È un gruppo formidabile che se fosse americano riempirebbe i palazzetti. Mi auguro un giorno di vederli deflagrare sul palco di Sanremo davanti a quella sconfinata platea di morti di morti di sonno, così, giusto per vedere se mostrano segni di vita…
 

Parlaci della tua adolescenza e di come ti sei avvicinato alla musica… Da come ne parli nel libro sembra sia stata una profonda trasformazione di tutta la tua persona.
«Ho avuto la fortuna di crescere in un momento in cui la musica era ancora importante, era centrale nella vita delle persone. E anche ho avuto la fortuna di avere una mamma che a 5 o 6 anni mi faceva sentire i Beatles. La curiosità per i suoni nuovi è venuta da sé.
Ricordo l’incredibile folgorazione che era stato vedere David Bowie che cantava Heroes in tv nel 1977 e nel mio cuore restano le sere tra il 1979 e 1980, quando la scena musicale vedeva l’esplosione della più variegata e creativa generazione di gruppi mai vista. Io ero solo un ragazzino di quattordici attaccato alla radio e in questa radio che era la Radio Flash torinese dell’epoca – ma non solo quella – suonavano i Gang of Four, i DNA, i Joy Division.
La prima volta che ascoltai Disorder, il pezzo di apertura di Unknown pleasures, pensai che sembrava un disco che arrivava da Marte. I Joy Division erano puliti, ficcanti, eppure tremendamente, irreversibilmente romantici. Ancora oggi quando sento Atmosphere mi commuovo.»
 

Il concerto più bello a cui hai assistito?
Ne ho visti migliaia quindi ne scelgo più di uno. Siouxsie & The Banshees nel 1981, Bad Brains a Zurigo nel 1985, Massive Attack nel 1998, Swans nel 2013. Altri concerti formidabili li ho visti fare da Negazione, CCM, Jamiroquai, Einsturzende Neubauten, Devo, Sonic Youth, Suicidal Tendencies, Trouble Funk, Killing Joke.
 

Qual è stata la tua esperienza più bella come musicista?
Suonare Eresia con il Declino a luci spente in mezzo a centinaia di hardcore fan che si tuffavano uno sull’altro a Bielefeld, in Germania nel 1984. E poi staccare il cavo dall’amplificatore dopo l’ultimo concerto degli Indigesti a San Francisco nel 1986 e pensare “Dio mio, l’ho fatto davvero. Ho 22 anni e ho appena finito un tour americano di 23 concerti!”.
 

Come mai hai sentito il bisogno di avvicinarti alla letteratura? C’è stato qualcosa che ti ha spinto a mettere su carta le avventure de I ragazzi del Mucchio?
«È stato decisivo il fatto di essere intanto diventato uno scrittore. E questo è successo nel corso di decenni, leggendo migliaia di libri, cercando di capire come una cosa realmente accaduta potesse diventare romanzo. La grana, la pasta della voce narrante de I ragazzi del Mucchio è tutta letteraria, non ha niente a che fare con quella di un musicista che racconta la sua storia né più né meno come un pilota di formula uno o un grande chef potrebbero raccontare la loro. A un certo punto della mia vita, dopo aver scritto alcuni romanzi abortiti inutili, mi sono reso che io ce l’avevo già una storia da raccontare, la mia, e che era una storia forte. E ormai avevo le armi giuste per scriverla.»
 

Qual è il lavoro letterario a cui sei più legato?
«I ragazzi del Mucchio perché è il libro che mi ha fatto conoscere – e anche ri-conoscere – come scrittore. Il libro più personale è comunque Dopo il lampo bianco, dove faccio più o meno la stessa operazione fatta con il primo libro, utilizzando il materiale incendiario del mio vissuto – in questo caso uno spaventoso incidente stradale in Thailandia, dal quale incredibilmente sono uscito vivo – per raccontare una storia letteraria. Si tratta in ogni caso di due libri originali e irripetibili, pur con tutti i difetti che hanno. Quindi come vedi non mi è mai passata la voglia di sperimentare, di tentare cose nuove.»
 

Sappiamo che sei istruttore di yoga, una disciplina che sembra all’opposto rispetto al disordine del punk… Come ti sei avvicinato ad esso e come lo vivi adesso?
«A dirti la verità, la concentrazione assoluta richiesta dall’esecuzione su un palco di un pezzo hard core – come lo suonavo io, almeno – necessita di uno stato mentale non troppo diverso, per quanto possa sembrare incredibile, da quello in cui si praticano le tecniche più complesse dello yoga, come i Mudra, i Pranayama più particolari. È chiaro che comunque per me lo yoga è oggi la cosa più importante tra le molte che faccio. Ho iniziato una quindicina di anni fa e ormai è qualche anno che lo insegno stabilmente. E in ogni caso credo che la mia esperienza sia la prova provata che lo yoga è adatto a qualunque tipo di persona, non solo a post-hippy un po’ strambi, come purtroppo moltissima gente immagina.»

(Federica Sciamanna e Elisa Rotellini)



'Silvio Bernelli' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

© 2018 Onda srls - Partita Iva 02282020565 - ROC 31504