Tagliata etrusca

Storie e misteri di strada Signorino

Il tesoro del Cataletto e la Cava di Sant’Antonio

 
Tra i vari luoghi suggestivi situati nelle immediate vicinanze della nostra città vi è la serie di strette gole che si trovano lungo strada Signorino, che prende il nome dal nobile Signorino Signorini che un tempo possedeva queste terre. Si tratta delle cosiddette “vie cave” realizzate dagli Etruschi come percorsi sacri o per collegare le varie città; chi le attraversa è subito avvolto da una sensazione intensa e particolare. I loro nomi sono diversi: “La Cavarèlla”, di “Santa Rosella”, “Cava di Gorga” e di “Sant’Antonio” ed anche le loro dimensioni sono diverse e, in alcune, le alte pareti si restringono talmente tanto che la fitta vegetazione riesce a malapena a far passare i raggi del sole.

Nel periodo medioevale, queste tagliate sono state molto utili ai viterbesi; la loro natura bellicosa e la situazione storica e politica del tempo li portava molto spesso a trovarsi in guerra con altri centri della Tuscia e perfino con i tanto odiati Romani. Infatti utilizzarono queste strette gole, che tagliavano la campagna come lunghe fenditure, per organizzare e compiere pericolose imboscate e trabocchetti: coprivano l’apertura con canne, foglie, rami, frasche e poi, attirando abilmente i nemici, li facevano precipitare nel vuoto insieme ai loro cavalli.

Quella di Gorga fu teatro nel Duecento di un memorabile scontro proprio tra Viterbesi e Romani; fatto che viene ricordato anche nelle diverse “Croniche” degli storici cittadini. Nel libro di Ignazio Ciampi, Cronache e Statuti della Città di Viterbo, l’autore descrive così l’episodio: “Anno 1200… li Viterbesi coprirno una cava, che si chiamava la Cava di Gorga, e la fecero fogliata, e pareva che sopra essa fosse un bello e spazioso piano: poi tutto l’orto acquatile da quel lato allagorno d’acqua, e però erano tutti fanghi. Li Romani vennero tutti a schiera e serrati l’uno appresso l’altro come pigne; ed essendo sopra detta cava fogliata, per lo gran peso di loro la cava sfondò, e ne cascorno tanti dentro nella cava, che più de mille ne morirno…”.

Le varie grotte che si trovano lungo la strada e che si aprono nelle pareti rocciose, hanno da sempre stimolato le credenze popolari tanto da creare attorno a loro storie terribili e fantasiose, come la leggenda della Grotta del Cataletto. Il cataletto era la barella con la quale si trasportava un morto e che spesso veniva adornata con paramenti molto pregiati. Secondo una vecchia leggenda viterbese questa profondissima grotta, che arriverebbe addirittura alla sorgente del Bullicame, custodirebbe nelle sue profondità un baldacchino etrusco rivestito completamente d’oro ma sorvegliato da terribili spiriti demoniaci. I vecchi contadini raccontavano che qualcuno di loro avrebbe visto forti chiarori provenienti dall’interno e una lunga processione di sacerdoti etruschi che cantando trasportavano a spalla il cataletto d’oro. Tra i pochi che ebbero il coraggio di addentrarsi nei meandri della cavità ci fu un famoso guaritore di Pianoscarano, Girolamo Vitali, conosciuto da tutti col soprannome di “Niccopiccio”. Questi, nei primi del Novecento, dopo aver percorso molta strada all’interno della grotta e malgrado le sue particolari capacità di sensitivo, non riuscì comunque a trovare quel favoloso tesoro. Mio nonno, che abitava in un casale poco lontano, mi raccontava sempre queste storie e di notte, tornando a casa dopo aver aiutato qualche vicino “a fa’ sgrava’ la vacca”, quando passava davanti a questo luogo si faceva il segno della croce, recitava qualche preghiera e allungava il passo.

La strada Signorino è anche testimone di un altro particolare episodio, nel quale si intrecciano storia e leggenda, accaduto diversi secoli fa nella Cava di Sant’Antonio. È la drammatica avventura vissuta nel febbraio del 1506 dal patrizio viterbese Spirito Spiriti che fu colonnello delle milizie papali e la cui famiglia aveva il palazzo su piazza San Lorenzo, di fronte alla Cattedrale, inglobato poi nel complesso del vecchio ospedale.
Il cavaliere, di ritorno da Roma, venne inseguito da banditi armati di arco e frecce; per sfuggire alla morte spronò il cavallo in una folle corsa al galoppo per le campagne lì vicine fino a che non giunse in prossimità della tagliata etrusca, “larga più de 10 braccia e profonda più de 60”, in località Guado del Corgnalo. Trovandosi sull’orlo del precipizio, con alle spalle i banditi che volevano ucciderlo e convinto di non potercela fare, si raccomandò alla Madonna della Quercia per avere soccorso e fu proprio a questo punto che il cavallo riuscì prodigiosamente a spiccare un balzo talmente lungo da superare la cava, portando così in salvo il suo cavaliere.
A questo punto si aggiunge la leggenda popolare, secondo la quale l’animale acquistando miracolosamente la parola avrebbe gridato al proprio padrone: “Reggiti o Spirito ch’io salto!”.
L’avvenimento è documentato negli archivi dei miracoli della Madonna della Quercia e in ricordo dell’episodio venne realizzato un affresco, ormai quasi del tutto scomparso, in una nicchia lungo la Cava di Sant’Antonio, nel quale è raffigurata a sinistra la Madonna della Quercia e Sant’Antonio ai piedi di un albero, a destra dei briganti armati di freccia ed il cavaliere Spirito che, in sella al suo cavallo, salta il dirupo. Sulla pittura è presente una scritta, ormai illeggibile, che recita: “Fermati passegiero, il capo china, alla Vergine Maria nostra reggina 1854” e venne restaurato nel 1992 dal pittore viterbese Rolando Di Gaetani.
In realtà questo è un affresco successivo al miracolo avvenuto nel Cinquecento. L’originale, del quale rimane qualche piccola traccia, si trova sopra di qualche metro; a quel tempo infatti il livello della strada era molto più alto. Il miracolo è inoltre raffigurato in una lunetta del chiostro con la cisterna della Basilica di Santa Maria della Quercia.

 



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