Panorama di Viterbo dalla torre di Palazzo Chigi

Un ventoso pomeriggio sulla cima di una torre

L’ascesa della torre di Palazzo Chigi e la vista, sovrana sulla città

 

Alcuni posti necessitano di attesa per essere visitati, la nostra vita e la loro percorrono strade separate, seppur così accostate, finché, un giorno, per un motivo che solo il destino conosce, si incrociano. Palazzo Chigi è stato uno dei più frequentati luoghi della mia adolescenza, periodo in cui ci si affeziona morbosamente ad un’amica che poi, molto probabilmente, rimarrà accanto a noi per sempre. Ecco, io avevo un’amica, anzi, quell’amica che abitava a Palazzo Chigi; per chi non lo conosce è un antico palazzo nobiliare sito appunto in via Chigi, traversa di via san Lorenzo: una strada stretta e buia, dall’acciottolato deforme, sconnesso, quasi piegato a creare un arco al centro della via, dove le macchine scorrono lasciando dietro di loro un rumore turbolento e fastidioso, quello del presente che cammina sul passato.

La torre di Palazzo Chigi

La torre e il complesso di Palazzo Chigi visti dal giardino di Palazzo dei Priori

Nonostante io abbia trascorso a Palazzo Chigi pomeriggi interminabili in cui regnava il disordine dei giocattoli abbandonati sul tappeto, merende trafugate e tanti piccoli segreti sussurrati, non sono mai salita sulla sua torre. Sapevo della sua esistenza e la temevo, perché spesso accompagnata da infantili racconti di fantasmi e spettri e forse perché i luoghi chiusi e vuoti di vita mi hanno sempre un po’ intimorita, come se non potesse esistere una stanza disabitata, priva di suoni e di voci, come se qualcuno ci dovesse essere comunque, nascosto dietro un mobile, celato dall’ombra.
Oggi mi avvio a salire sulla torre, un luogo così vicino a me e a dove ho trascorso tanto tempo, eppure sconosciuto, inedito.
Entro da un portone che fa fatica ad essere aperto e salgo un’ampia rampa di scale, subito mi trovo in un locale enorme, dal soffitto alto, le finestre non hanno imposte e la luce filtra dentro riflettendosi sullo strato di sporco che ricopre il pavimento. Mi dicono di camminare piano, il solaio è fragile, cerco di diventare leggera, invisibile, e di invadere questo privato luogo del passato solo con i miei occhi e le mie mani, che intimorite si aggrappano ad una fragile ringhiera di legno. Guardo in alto, devo salire delle piccole scale appoggiate alle quattro mura della torre, sono strette e ripide, traballanti e antiche. Devo aggrapparmi bene per salire, ma non mi spaventa, mi è sempre piaciuto salire in alto, passare per cunicoli, faticare per raggiungere la vetta, passare tempo nel buio per uscire alla luce, contare gli scalini di un’infinita scala a chiocciola per non confondere la mente, scandire il tempo dei passi in maniera rigida, come in una marcia militare, per non perdere la ragione in un luogo che dopo ogni passo sembra lo stesso di prima.
 

Intorno c’è il passato che sbiadisce. Pietre cadute dal muro, polvere, piume ed escrementi di uccelli. C’è una poltrona appoggiata alla parete, un tempo deve essere stata rossa, o forse verde smeraldo, dalle bordature oro, ricamata e comoda, ora è solo di un indistinto colore grigiastro, scucita, consumata, il suo cuscino è distrutto e la morbida lana interna è riversa all’esterno come se qualcuno con rabbia l’avesse voluta liberare dalla sua prigione.
Più avanti, in uno dei solai che attraverso cautamente e che fanno da pausa, da silenzioso intermezzo alla mia salita, ci sono degli antichi telefoni neri, sono accatastati, abbandonati lì chissà da quanti anni, interminabilmente taciturni.
Le scale terminano in una botola, devo sollevarla con le braccia e schermare i miei occhi dalla luce, dentro era così buio e la vista non è più abituata. Esco a fatica, non appena alzo il viso una folata di vento scompiglia i miei capelli e ruggisce forte nelle orecchie, traballo. Mi trovo su un piccolo quadrato d’intonaco, a lato la botola con la sua grata spostata, a terra sassi e piume bianche che impazienti combattono contro il vento, come a voler fuggire da questo fragile e anziano edificio.
 

Le pareti sono quattro ampie finestre, quattro archi che si affacciano su Viterbo. Trattengo il fiato, provo le stesse sensazioni che provai salita sulla cupola di Brunelleschi a Firenze e sulla torre di Santo Stefano a Vienna: meraviglia. Dall’alto vedo esattamente tutto: una piccola grande cittadina ammucchiata, tetti accatastati e compressi, vicinissimi e piccoli. Non riesco a riconoscere i luoghi della mia città al primo sguardo, ma ecco, piazza del Comune da un lato, scorgo piazza del Gesù dall’alto, lontano le piccole e precise mura di valle Faul, da una parte l’ingombrante torre a righe di piazza San Lorenzo. Il vento soffia rabbioso nelle orecchie, suonando la sua musica indimenticabile, furiosa e potente, pulisce il cielo dalle nuvole e mi permette di vedere Montefiascone e la conca del lago di Bolsena a sinistra, i monti Cimini e la Palanzana a destra, perfino la ciminiera di Civitavecchia e una leggera e indistinta striscia di mare in lontananza. Mi sporgo da una delle quattro aperture, il vuoto è impressionante, il mio baricentro si sposta paurosamente verso l’abisso dell’altezza, sono molto in alto, in alto sulla mia città come mai sono stata fino ad ora. Provo sensazioni contrastanti, tocco con le mani il muro della torre, è rugoso e opaco, piccoli detriti del passato mi rimangono fra le dita: si sta sbriciolando.
Sotto scorrono le macchine, camminano le persone, così insignificanti e piccole, la loro fretta, i loro pensieri, appaiono da quassù così futili e miseri. Dalla torre di Palazzo Chigi posso spiare le vite degli abitanti di Viterbo, scrutare luoghi che hanno cercato di nascondere alla vista di tutti, ma che non sfuggono all’alto sguardo inquisitore della torre. Vedo un piccolo “richiastro”, antico nome con cui a Viterbo si chiama un cortile interno, vedo panni stesi al sole che si scuotono violenti, vedo una coppia che si bacia di sfuggita in una via solitaria, vedo il bastone di un vecchio che batte il suo cammino, vedo un futuro che vive all’ombra del suo passato, vedo un passato che resiste calmo stagnante, ricoperto da uno strato di polvere, così pesante e fitto da coprire la sua essenza, così leggero e illusorio da poter essere spostato con il colpo di un dito.
 

La cima di questa torre è un meraviglioso luogo del pensiero, è uno spazio da vedere, uno spazio da cui si può vedere.
Ogni cosa, vista da una prospettiva diversa, assume un nuovo significato. Viterbo, vista dall’alto, ha un aspetto totalmente nuovo. È come quando ti trovi a ripetere più volte una parola, alla fine perde il suo senso e assume un nuovo suono, le lettere si impastano e l’immagine che prima ci evocava in maniera così evidente diventa ora sfocata, improbabile, finché non riusciamo più a collegarla alla casuale successione di suoni che la denominava. Viterbo dall’alto diventa una parola irriconoscibile, diventa un’altra città, dove il suo mucchio di case ci confonde, i luoghi non si riconoscono più e non troviamo la via di casa. Salire sulla torre è un’indimenticabile momento di vita, è un attimo cucito fuori dalla giornata, un momento ritagliato dal sempre, durante il quale ci sentiamo immersi nel passato, ci sentiamo parte di un ieri che, abbattuto, non trova spazio nel domani. È un attimo in cui il vento, confondendo la mente, la luce, abbagliando gli occhi, rendono una città che tanto bene conosciamo, totalmente altra.
È un momento in cui riflettiamo, in alto, con la mente vuota e fresca, sui preziosi tesori che sono dietro le nostre spalle, proprio lì, dove non riusciamo a raggiungerli. Stendiamo il braccio una volta, ci voltiamo, ma già pigri rinunciamo, non sapendo che proprio lì, vicinissimo, se solo facessimo un piccolo sforzo in più, se solo girassimo le spalle leggermente a destra e aprissimo il palmo della mano, sarebbero nostri, chiusi fra dita tremanti e sudate.



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